Sezione di tetto in scandole di larice su un maso alpino del Trentino-Alto Adige
Tetto in scandole di larice su un maso alpino. Foto: Niccolò Caranti, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons.

Le coperture delle abitazioni situate sopra i 700-800 metri di altitudine in Italia sono soggette a sollecitazioni specifiche che richiedono un approccio diverso rispetto a quelle di pianura. L'alternanza tra accumuli nevosi prolungati e disgeli rapidi, il vento forte e l'irraggiamento solare intenso durante i mesi estivi sono tra i fattori che incidono maggiormente sulla durata dei materiali.

Tipologie di copertura nelle zone alpine italiane

Nelle aree montane italiane — in particolare in Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Piemonte alpino e nelle valli lombarde — si trovano diversi tipi di copertura, spesso legati alle tradizioni costruttive locali.

Scandole in legno

Le scandole, ricavate tradizionalmente dal larice o dall'abete rosso, sono ancora presenti nei masi e nelle abitazioni rurali storiche. Il larice è la specie più utilizzata per la sua durabilità naturale e resistenza all'umidità. La durata media di un tetto in scandole varia in base all'esposizione, alla qualità del legno e alla frequenza della manutenzione. Le scandole esposte a nord-ovest, meno colpite dal sole diretto, tendono a durare più a lungo rispetto a quelle esposte a sud.

Segnali di degrado nelle scandole: imbarcamento, fessurazioni longitudinali, presenza di muschio o licheni sulle superfici, scandole mancanti o spostate, scurimento anomalo nelle zone di giuntura.

Manto in lamiera preverniciata o in rame

La lamiera verniciata a polvere è ampiamente diffusa nelle costruzioni più recenti in area alpina. Offre un buon rapporto tra leggerezza e resistenza, ma richiede attenzione alla tenuta dei giunti di dilatazione e delle scossaline. Il rame, usato in contesti di pregio, si ossida naturalmente formando la caratteristica patina verde che lo protegge dalla corrosione.

Ardesia e pietra locale

In Liguria e nelle valli piemontesi è ancora presente l'ardesia come materiale di copertura. In alcune zone dell'arco alpino si trovano anche coperture in pietra piatta locale. Questi materiali hanno una durata elevata ma richiedono una struttura portante dimensionata per il peso, e l'ispezione periodica degli elementi di ancoraggio.

Ispezione post-inverno: cosa verificare

La finestra ideale per l'ispezione primaverile è quella tra lo scioglimento delle nevi e l'inizio della stagione estiva, indicativamente tra marzo e maggio a seconda della quota. Le verifiche principali riguardano:

  • Stato del manto: scandole rotte, lamiere sollevate o mosse, elementi di copertura spostati dall'azione del vento o del peso della neve.
  • Gronde e pluviali: accumulo di detriti (foglie, rami, terra), deformazioni dovute al peso del ghiaccio, tenuta dei ganci e dei raccordi.
  • Colmo e scossaline: le giunzioni in corrispondenza del colmo e dei camini sono punti critici per le infiltrazioni. La verifica deve includere lo stato delle guarnizioni e dei sigillanti.
  • Struttura portante (se accessibile dal sottotetto): presenza di macchie di umidità sulle travi, odore di muffa, deformazioni visibili delle capriate.
  • Abbaini e lucernari: tenuta dei vetri, funzionamento degli elementi apribili, stato delle guarnizioni perimetrali.
Tetti di Courmayeur in Valle d'Aosta visti dall'alto, giugno 2024
Tetti di Courmayeur (Valle d'Aosta), giugno 2024. Foto: Florian Pépellin, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons.

Ispezione pre-autunno: preparazione alla stagione fredda

L'ispezione autunnale, da eseguire indicativamente tra settembre e ottobre, serve a identificare eventuali criticità prima che le condizioni climatiche rendano gli interventi più difficili. I punti da verificare sono in parte gli stessi di quella primaverile, con alcune priorità specifiche:

  • Pulizia completa di gronde e pluviali: gli accumuli di foglie ostruiscono il deflusso dell'acqua e favoriscono la formazione di ghiaccio in gronda durante le prime gelate.
  • Verifica delle aree riparate: le zone d'ombra, spesso meno osservate, possono ospitare accumuli di muschio o licheni che trattengono umidità e accelerano il degrado.
  • Controllo dell'isolamento del sottotetto: un isolamento inadeguato favorisce la formazione di ghiaccio in gronda per il calore che sale dall'interno dell'edificio e scioglie la neve in modo non uniforme.

Formazione di ghiaccio in gronda

Nelle zone con temperature invernali rigide, il ghiaccio che si forma in gronda — il cosiddetto "bavaglione" — è un fenomeno frequente. Si genera quando il calore proveniente dall'interno dell'edificio scioglie la neve sul tetto, l'acqua scorre verso la gronda più fredda e ghiaccia. Nel tempo può causare danni significativi alle gronde, ai pluviali e alle pareti.

La prevenzione passa principalmente da un adeguato isolamento del solaio di copertura, che riduce la trasmissione di calore dall'interno. In alcuni casi si utilizzano anche cavi anticongelo installati lungo le gronde, ma questa soluzione richiede manutenzione e consuma energia elettrica.

Interventi e materiali

Per le riparazioni localizzate su manti in lamiera si utilizzano sigillanti poliuretanici o a base di silicone neutro, adatti alle escursioni termiche tipiche delle quote alpine. Per le scandole, la sostituzione degli elementi danneggiati deve avvenire con legno della stessa specie e dello stesso spessore. L'applicazione di oli o vernici specifiche per legno da esterno, su scandole ancora integre, aiuta a prolungarne la durata.

Per gli interventi che riguardano la struttura portante o richiedono accesso al tetto in condizioni non sicure, è necessario affidarsi a professionisti con attrezzature idonee per i lavori in quota.


Fonti di riferimento: UNI – Ente Italiano di Normazione, normativa UNI EN 1991-1-3; Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.